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Mostre a Roma

Duchamp. Re-made in Italy
Galleria nazionale d’arte moderna e contemporanea

Viale delle Belle Arti, 131  Roma

6 322981

8 ottobre 2013 – 9 febbraio 2014 – See more at: http://www.romaexhibit.it/mostre/duchamp-re-made-in-italy

In occasione del centenario del primo ready-made creato da Duchamp (Ruota di bicicletta, 1913), la Galleria Nazionale d’Arte Moderna ha organizzato una mostra dove saranno presentati i quattordici ready-made donati da Arturo Schwarz al museo nel 1997, accompagnati da una selezione di importanti opere e di documenti originali, fondamentali per la comprensione del percorso duchampiano. Il progetto espositivo si concentra su lavori organici e non convenzionali, legati alla parola come formulazione del pensiero: l’arte di Duchamp si concentra sulla dissociazione tra il concetto e il titolo, perché vede nello sviluppo degli oggetti comuni la metamorfosi di un pensiero che diventa azione.

Questa esposizione vuole anche testimoniare l’influenza che Duchamp ebbe sulla scena artistica italiana quando, in seguito alle mostre personali presso la Galleria Schwarz di Milano, dal 5 giugno al 30 settembre del 1964 e a Roma presso lo spazio Gavina di via Condotti, nel giugno 1965, Duchamp diede l’occasione ad alcuni artisti italiani di entrare in contatto diretto con lui. In questa esposizione sono infatti presenti anche opere di Baj, Baruchello, Dangelo, Patella, ecc.

integrato museo + mostre: € 12, ridotto € 9,5

integrazione mostre per gratuito museo (under 18, over 65, ecc.): € 7

(eventuali variazioni sul sito: http://www.gnam.beniculturali.it)
(http://www.romaexhibit.it/mostre/duchamp-re-made-in-italy)

NATIONAL GEOGRAPHIC

125 anni nel mondo

15 in Italia

LA GRANDE AVVENTURA

mostra fotografica

a cura di Guglielmo Pepe

28 settembre 2013 – 2 marzo 2014

Un ponte sul Mondo

di Guglielmo Pepe

Curatore della mostra

“Poter gettare ponti che scavalchino millenni, continenti, civiltà, raggiungere esseri umani che lingue, scritture, leggi, costumi, fedi diverse parrebbero dividere inesorabilmente da noi, e scoprire invece che ci sono similissimi – quasi dei fratelli – ecco un insigne piacere”. Prendo a prestito le parole di Fosco Maraini, scrittore, fotografo, viaggiatore-pellegrino, etnologo, perché si avvicinano molto più di altre alla mia idea di National Geographic. Perché se è vero che la Society ha offerto a milioni e milioni di persone l’occasione di scoprire il Mondo nella sua immensità, credo che il più significativo contributo riguardi la possibilità di conoscere direttamente tutti i viventi della Terra. E in primo luogo le genti.

Grazie al magazine – unico nel suo genere perché racchiude al suo interno più riviste – sono entrato in contatto con donne, bambini, vecchi dei luoghi più diversi. Ho appreso storie, culture, modi di vivere – e di sopravvivere – leggendo reportage bellissimi e guardando fotografie straordinarie.

Molti, forse i più, ritengono NG una rivista di fotografia. Sì, lo è. Ma solo in parte. Perché mensilmente pubblica articoli di studiosi, ricercatori e giornalisti, di prima qualità. Che mi hanno aiutato anche a conoscere i più vari ambienti naturali e a capire la vita animale, le particolarità degli habitat, la bellezza e le difficoltà di tante specie, alcune delle quali rischiano l’estinzione. Attraverso pagine intense sono stato coinvolto da un inesauribile racconto del Pianeta che, insieme ai “servizi” sulla ricerca, sulle esplorazioni, sulla scienza, rappresenta l’anima più appassionante, più profonda di un periodico che, nell’era tecnologica dell’informazione in tempo reale, è ancora in grado di stupire e di meravigliare i lettori. E di emozionare. Con “La Grande Avventura” cerchiamo di riportare al maggior numero di persone questa essenza di National Geographic. La mostra – realizzata come sempre con l’apporto fondamentale, operoso e creativo della redazione – è diversa dalle cinque precedenti, perché non è soltanto di immagini: è più un’esposizione fotografico-storica, che farà partecipare i visitatori a un “viaggio” iniziato 125 anni fa a Washington, e continuato in tanti paesi di ogni continente. Seguendo un percorso narrativo semplice e chiaro (125 scatti, pannelli espositivi, cover della rivista, schermi televisivi, touch screen), potrete verificare perché quando parliamo di NG ci riferiamo a una “grande avventura”. Affiancata da un’avventura più breve, comunque significativa: i 15 anni dell’edizione italiana della rivista. Perciò più che un catalogo, quello che avete tra le mani somiglia a un libro di storia: con immagini e parole focalizza momenti salienti, tappe importanti, volti significativi, protagonisti umani e animali. E se riuscirete ad apprezzare il lavoro svolto, sarà anche merito del Palazzo delle Esposizioni di Roma che per la sesta volta mette a disposizione i suoi preziosi e affascinanti spazi per un evento culturale di National Geographic. Non so se vedendo la mostra potrete cogliere un altro messaggio. Ma c’è, ed è questo: noi siamo gli esseri più intelligenti del Pianeta, però non i migliori. Dobbiamo avere maggior rispetto nei confronti degli altri esseri viventi, perché il destino di Madre Terra è in primo luogo nelle nostre mani. Non ci è permesso di ignorare, o fingere di ignorare, che non siamo i padroni. Ricordiamoci che il patrimonio che abbiamo a disposizione non è inesauribile. Dunque se dopo la mostra vedrete con occhi diversi – più empatici, più comprensivi – tutte le specie viventi, sarà missione compiuta. E vorrà dire che la speranza di avere un mondo migliore è ancora viva.
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Go West! La frontiera, il viaggio, l’immaginario

Spazio Ballatoio

28 settembre – 20 ottobre 2013

In collaborazione con Brand Usa, Sergio Bonelli Editore, Nikon, Epson, Nova Skola

Nell’ambito della sesta edizione del Festival della Letteratura di Viaggio

Foto d’epoca, fotografie contemporanee e fumetti, a cura di Ilaria Campodonico, Nadia Fusco, Romina Marani. Con fotografie in bianco e nero di Timothy H. O’Sullivan (sulle spedizioni di George M. Wheeler in Colorado, Nevada, Arizona, New Mexico, Utah, California del 1871-1874) provenienti dagli Archivi della Società Geografica Italiana; tavole in bianco e nero di Tex Willer; videoproiezione di fotografie a colori di Antonio Politano su un viaggio da costa a costa attraverso gli Stati Uniti di oggi.

ANTONIO POLITANO

“Go West”, vai a Ovest, era l’invito rivolto a chi, verso fine Ottocento, era pronto a partire per cercar fortuna. Il mito della frontiera che si spostava sempre più a occidente, seguendo artiglierie e ferrovia, costruendo una nazione e distruggendo culture, si è formato lungo quella linea. Quegli spostamenti, dilatati, incrociando tracciati di strade leggendarie, suggestioni letterarie e cinematografiche, hanno dato vita a un’altra mitologia, il coast-to-coast. Partire da est per andare verso ovest, come i coloni, i pionieri, i cercatori di glorie varie. Via terra, senza salti in aereo, al massimo concedendosi un intervallo in treno. Partendo da New York, la capitale di tutto, lungo la direttrice centrale, attraverso il Midwest, i territori dei nativi, qualche città, Antonio Politano è arrivato dall’altra parte, ai su e giù di San Francisco e alle stars di Los Angeles, fino al molo di Santa Monica, dove un cartello segnala la fine della Route 66, accanto a una ruota panoramica e alla gente che fa surf. Lo racconta in una proiezione di fotografie, accompagnato da sonori rigorosamente presi sulla strada.

Antonio Politano, fotografo e giornalista, realizza reportage per diverse testate, principalmente per La Repubblica e National Geographic Italia. È autore di alcune pubblicazioni, tra cui l’Agenda del viaggio e I colori della luce. Dirige Sguardi, rivista online di fotografia e viaggio. Ha esposto, in collettive e personali, in Italia e all’estero. Insegna in master e workshop dedicati alla fotografia e alla scrittura in viaggio. Cura il programma del Festival della Letteratura di Viaggio.

TIMOTHY H. O’SULLIVAN

Le fotografie di O’Sullivan, conservate presso l’Archivio fotografico della Società Geografica Italiana, sono il frutto di un incontro istituzionale tra il Ministero della Guerra degli Stati Uniti d’America e il sodalizio avvenuto nel 1881. In quell’anno, infatti, si era tenuto, a Venezia il III Congresso Geografico Internazionale organizzato, su incarico del Comitato promotore, dalla Società Geografica Italiana. Al Congresso presero parte geografi e studiosi di discipline affini provenienti da ogni parte del mondo, ma anche molti esploratori, civili e militari, che presentarono in quell’occasione il frutto delle loro imprese. Tra questi era presente il Capitano George M. Wheeler, ingegnere e topografo, delegato al Congresso per conto del Ministero della Guerra degli Stati Uniti, che, negli anni Settanta dell’Ottocento, aveva condotto numerose campagne di esplorazione e di rilevamento geologico nel West al di là del 100° meridiano. Il capitano Wheeler era un personaggio molto noto, tanto che la Società Geografica Italiana lo aveva nominato socio d’onore già dal febbraio del 1880. Wheeler aveva portato con sé una ricca documentazione relativa alle sue spedizioni e, tra relazioni, rapporti informativi, carte topografiche e libri, spiccavano alcuni album di splendide fotografie che vennero esposte nella grande Mostra allestita a margine del Congresso. Si trattava di immagini delle selvagge terre dell’Ovest americano e dei suoi originari abitanti, testimonianze di un mondo di straordinaria bellezza, immerso allora in una solitudine senza tempo e destinato a trasformarsi nel giro di pochi decenni. In larga parte le foto erano state realizzate da un giovane ma già esperto fotografo che lo aveva seguito durante le campagne esplorative degli anni 1871, 1873 e 1874: Timothy H. O’Sullivan. Finito il Congresso, il Capitano Wheeler lasciò in dono alla Società Geografica tutto il materiale, comprese le belle foto di O’Sullivan sui cui album scrisse di suo pugno una dedica datata settembre 1881.

TEX WILLER E IL VIAGGIO

Il viaggio, nell’universo di Tex, non è un accessorio: è parte necessaria e integrante dell’avventura, ne è quasi un personaggio. Il viaggio e l’avventura sono un binomio strettamente intrecciato. Ed è stato riscoperto dall’ultima grande mitologia del mondo occidentale, prodotta dalla colonizzazione dei nuovi territori americani, come funzionale ai grandi spazi e alle necessità di spostamento che questi spazi richiedevano. La storia diviene leggenda sin dalla prima striscia, apparsa nel 1948. Tex ha appena terminato “una lunga galoppata che lo ha portato oltre i confini del Texas” e ora sta per mettere in funzione, per la prima volta, davanti ai nostri occhi le sue infallibili pistole. Tutto è pronto, il destino è segnato. Bastano solo trentaquattro pagine (tanto dura il primo episodio) per capire che dal genio di Gianluigi Bonelli e Aurelio Galleppini è nato il più grande romanzo storico italiano del ventesimo secolo, la saga che da oltre sessant’anni ripropone le mirabolanti avventure di un eroe coraggioso ed infallibile, generoso e allo stesso tempo ironico, che si muove nel fantastico scenario del grande West. Di episodio in episodio Tex attraversa Arizona, New Mexico, Texas, Messico, Canada e arriva persino in Polinesia in una mirabile contaminazione di fantasia e realtà.

TEX E TIMOTHY O’SULLIVAN

Con una sapiente combinazione tra realtà e invenzione, l’avventura di Tex nella quale il fotografo statunitense Timothy O’Sullivan affianca l’intrepido ranger, diventando protagonista della storia, nasce nel deserto del Nevada per svolgersi poi nelle giungle dell’America Centrale, dove ha effettivamente agito Timothy O’Sullivan. La storia venne originariamente distribuita su tre albi consecutivi di Tex, il primo dei quali, “Il solitario del West” (numero 250, agosto 1981) evoca la figura e la personalità del fotografo. La sceneggiatura di Bonelli è attenta anche ai dettagli significativi della fotografia della metà dell’Ottocento, nella raffigurazione del carro fotografico di O’Sullivan (ispirata alla foto che lo ritrae nel Carson Desert, in Nevada, nel 1867) o nella scena in cui O’Sullivan mostra a Tex alcune sue fotografie, tra le quali quella del Canyon de Chelly, Nuovo Messico, ripreso durante la spedizione di George M. Wheeler verso il centesimo meridiano (1873). Temporalmente l’incontro con Tex è antecedente l’esplorazione geologica a Panama, avvenuta nel 1870 (nella quale Tex accompagna O’Sullivan). Questo slittamento è concesso al fumetto che, come ogni finzione, gode del beneficio della forma fantasiosa. Conclusa la serie dei tre fascicoli successivi – “Il solitario del West” (250), “Giungla crudele” (251) e “Il volto del traditore” (252) – Timothy O’Sullivan fa ancora capolino a margine di un’altra avventura. Non più protagonista ma, questa volta, comparsa O’Sullivan torna ad essere il fotografo delle selvagge terre dell’Ovest nella storia “Il Killer senza volto” (287). In questa avventura, dopo alterne circostanze, si approda alla storica firma del trattato tra il governo degli Stati Uniti e il capo Cheyenne Appanoosa. Proprio Timothy O’Sullivan scatta la fotografia ufficiale dell’incontro con i protagonisti in posa davanti all’immancabile treppiedi. La sua partecipazione all’episodio, un vero e proprio “cameo”, è distribuita tra questo finale e l’inizio della vicenda, quando Tex e i suoi pards si imbattono nel suo carro fotografico, e grazie al suo intervento danno una significativa e conclusiva svolta a un’indagine basata su un ritratto di donna, eseguito proprio da Timothy O’Sullivan.

– See more at: http://www.palazzoesposizioni.it/categorie/go-west-mostra#sthash.XDP6dJaE.dpuf

FOTOGRAFIA Festival di fotografia di Roma

FOTOGRAFIA – Festival Internazionale di Roma arriva al 2013 con un progetto che ne conferma la crescita di prestigio ed il respiro internazionale, promuovendo la fotografia contemporanea nelle sue diverse forme e linguaggi e valorizzando i talenti emergenti con un’attenzione sempre più concreta alle produzioni originali.

Dopo Futurespective, Motherland e Work, la XII edizione di FOTOGRAFIA indaga il tema Vacatio, ovvero della sospensione e dell’assenza in fotografia, continuando il suo cammino di ricerca in ambito visivo.

Ragionare su questo tema significa riflettere fortemente e con pazienza sull’atto del fotografare, sulla specificità della disciplina anche in relazione alle nuove tecnologie, significa capire sin dove può arrivare la sottrazione e ragionare sul confine tra la fotografia e le altre arti. Sospensione e assenza si intendono qui in contrapposizione a valori fotografici di riempimento e di rappresentazione nei confronti del soggetto fotografato.

Il bisogno di fotografare, il riflettere su cambiamenti di identità, l’assenza stessa del mezzo fotografico o del fotografo durante la fotografia. L’inversione di tendenza è rappresentata dal sancire in via definitiva l’importanza del fotografo sul soggetto fotografato, appunto il non cercare soggetti in un’epoca di incertezze strutturali e sociali. Asciugare tutto, arrivare all’assenza come essenza. Rispettare la condizione individuale e di solitudine; su questi nuovi scenari labili, ricostruire un tessuto forte della fotografia d’autore ricominciando a lavorare sulle singole identità, lottare per la secca estetica di ognuno di noi, la profondità.

In un’epoca di “vacatio” istituzionali, ripartiamo dal bisogno di testimoniare, di combattere nuove e vecchie assenze nel mondo, dall’affermare con la fotografia che qualcosa è esistito, e interrogarsi, ora che abbiamo bisogno di punti fermi, che la fotografia può spaziare anche in terreni non reali, su cosa ci manca o di cosa sentiremo la mancanza. La sospensione e l’assenza nella fotografia, che per sua stessa definizione è una pratica di pensiero diffusa e dal basso, é testimonianza, riflessione, velocità e concetti.

Su queste basi lavoriamo alla prossima edizione del Festival, nell’ottobre 2013 nella sua nuova versione al MACRO di via Nizza.

http://blog.fotografiafestival.it/fotografia-2013-vacatio/

Robert Capa in Italia 1943-1944

Una piccola donna anziana, curva e nera come il manto del lutto, arranca tra le rovine che ostruiscono i vicoli pericolanti e fatiscenti di Agrigento nel luglio del 1943 (foto 1), pochi giorni dopo lo sbarco delle forze alleate britanniche, americane e canadesi, sulle spiagge della Sicilia ancora controllate dalle forze dell’Asse.

Un impiego di 160.000 soldati, 4000 aerei da combattimento e trasporto, 285 navi a guerra, due portaerei e 2.775 unità di trasporto riversate tra Licata e Siracusa, che liberarono la Sicilia in 39 giorni nell’estate del 1943.

L’imponente offensiva degli Alleati durante la Seconda Guerra Mondiale, seconda solo all’invasione della Normandia, salutata dall’espressione esultante di generazioni di uomini (foto 2) che arrivano dai campi rastrellati dal nemico, con somari che non hanno mai visto un carro armato.

I volti della storia e della guerra fotografati da quell’Endre Ernő Friedmann, che con il nome di Robert Capa, ha trascorso la sua breve ma intensa vita finita a 40 anni su una mina in Indocina, a documentare in prima linea ogni genere di conflitto, tra i soldati durante lo sbarco degli Alleati in Normandia, seguendo gli eventi della seconda guerra mondiale, come aveva già fatto per la guerra civile spagnola, e la seconda guerra sino-giapponese, come farà con la guerra arabo-israeliana e la prima guerra d’Indocina, dove il 25 maggio 1954 nella Provincia di Thai Binh perse la vita su una mina.

Ogni genere di conflitto, a partire da quelli interiori, che traspaiono dai volti assorti dei soldati che si concedono una pausa dalla guerra al riparo di cattedrali (foto 4), quanto da quelli di anziani, donne e bambini in coda per l’acqua nell’ottobre del 1943, con le vesti logorate dalla guerra, e bottiglie proporzionate alle loro forze di volontà e risorse.

Volti di soldati e civili con i quali il corrispondente di guerra in Italia racconta il cuore del conflitto, dallo sbarco in Sicilia fino ad Anzio, da luglio 1943 a febbraio 1944, con la resa di Palermo, la distruzione della posta centrale di Napoli, il funerale delle giovanissime vittime delle Quattro Giornate di Napoli, vicino a Montecassino la fuga sulle montagne, o l’accoglienza dei soldati alleati a Monreale.

Solo alcune della settantamila foto scattate in quasi quarant’anni di vita da Capa, custodite dall’International Center of Photography di New York, tra le quali il fratello Cornell e il biografo di Capa Whelan hanno selezionato 937 foto, per le tre identiche “master Selection I, II e III” conservate a New York, Tokyo e Budapest.

Una selezione del Museo Ungherese dalla quale arrivano le 78 fotografie in mostra con “Robert Capa in Italia 1943 – 1944”, nei nuovi ambienti espositivi del Museo di Roma Palazzo Braschi, sino al 6 gennaio 2014, e successivamente al MNAF Museo Nazionale Alinari della Fotografia di Firenze, dal 10 gennaio al 30 marzo 2014.

Una mostra a cura di Beatrix Lengyel, organizzata in occasione dell’Anno Culturale Ungheria Italia 2013, che coincide con il centenario della nascita di questo grande maestro della fotografia del XX secolo (1913–1954) festeggiata ufficialmente il 22 ottobre, e racconta con scatti in bianco e nero il settantesimo anniversario dello Sbarco degli Alleati.

Le fotografie di Robert Capa sono impresse nella memoria collettiva come piccoli frammenti del XX secolo. Sono tessere di un simbolico mosaico degli istanti che separano vita e morte e delle atrocità delle cinque guerre di cui fu testimone.

Grazie alla delicatezza, all’umanità, alla spontaneità e alla sensibilità dei suoi scatti, generazioni di fotografi hanno compreso come sia possibile immortalare i dimenticati e gli ultimi nell’intimità degli attimi di cui si compone una vita, siano essi attimi di commozione, sollievo, terrore o felicità.

Beatrix Lengyel Curatrice della mostra, Museo Nazionale Ungherese

Una mostra ideata dal Museo Nazionale Ungherese di Budapest e Fratelli Alinari, Fondazione per la Storia della Fotografia, promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Cultura, Creatività e Promozione Artistica – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali in collaborazione con il Museo Nazionale Ungherese di Budapest, il Ministero delle Risorse Umane d’Ungheria, il Fondo Nazionale Culturale, l’Istituto Balassi – Accademia d’Ungheria a Roma e l’Ambasciata di Ungheria a Roma. L’organizzazione è di Zètema Progetto Cultura, Il catalogo è una coedizione del Museo Nazionale Ungherese di Budapest e Fratelli Alinari, Fondazione per la Storia della Fotografia.

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