Haruki Murakami e il realismo della metafora

Il 28 Aprile, a Londra, la Soas (School of Oriental and African Studies) ha organizzato un incontro con Haruki Murakami, aperto sia alla stampa che al normale pubblico, in occasione dell’uscita di una sua nuova raccolta di racconti, chiamata After the Quake (Dopo il Terremoto).

Murakami è uno degli autori giapponesi più amati degli ultimi anni e i suoi libri hanno riscosso successo e approvazione sia in Giappone che nel resto del mondo, soprattutto a causa del suo stile particolare, che mescola storie surreali con descrizioni della realtà giapponese contemporanea, ironia e drammaticità. La prima impressione che si ha incontrandolo è di un ometto timido e dall’ inglese un po’ difficoltoso, ma con la battuta pronta, divertito ma anche imbarazzato dalla sua evidente popolarità. Durante il dibattito è parso decisamente restio ad ogni tentativo di “etichettare” il suo lavoro e ad ogni lettura troppo intellettualistica dei suoi libri, e in più di un’occasione è riuscito a mettere in difficoltà critici e lettori con le sue risposte. Ma ecco il resoconto della serata:

In After the quake ritornano alcuni dei suoi temi principali, il terremoto, la scomparsa, la catastrofe improvvisa. Però non vengono mai affrontati direttamente, sembrano fare solo da sfondo, come mai?
La mia famiglia è stata vittima del terremoto di Kobe. E’ stato terribile. Ma non mi interessava descrivere la tragedia. Quello cui miravo era parlare del dopo. Dei suoi esiti. Delle conseguenze sulle vite della gente che ne è stata protagonista. E’ sempre meglio prendere le distanze dagli eventi piuttosto che raccontarli come un cronista. La loro drammaticità viene comunque a galla e la nostra visione è più obiettiva.

Nonostante il tema, nei racconti c’è molto humour. E’ stato difficile includerlo?
No, è stato necessario. C’è sempre bisogno d’ironia per descrivere un disastro.

Raccontare un tragedia è un modo per esorcizzarla, per cercare di superarne lo shock?
Certo. Quando ho intervistato le vittime dell’attacco alla metropolitana di Tokyo qualche anno fa mi sono reso conto che le gente stava meglio dopo avermi raccontato la loro esperienza. Si liberavano di un peso. All’inizio non era facile farli parlare. E’ tipico della mentalità giapponese non volere esprimere le proprie emozioni, siamo un popolo chiuso. Ma dopo un po’ si lasciavano andare. Credo che la nostra società debba imparare ad aprirsi di più.

Cosa l’affascina di più nell’arte del narrare?
Mi piace sapere che i lettori hanno delle reazioni “fisiche” alle mie storie. Ad esempio c’è chi dice che si sente eccitato sessualmente, una ragazza mi ha scritto dicendo che per finire un mio libro non ha mangiato per 8 ore di fila e alla fine aveva una fame pazzesca…. C’è chi è irritato… Mi piace l’idea di queste reazioni dirette, sono molto “oneste”, non sono filtrate dall’intelletto.

Come ha iniziato a scrivere?
Oh, non so bene… Da ragazzo mi piacevano sia la letteratura che la musica ma mi sono concentrato sulla seconda. Avevo un locale dove si faceva jazz. Poi un giorno ho sentito che avevo qualcosa da dire, che era una necessità. E mi sono messo a scrivere. Le storie stanno dentro di noi, aspettano il momento giusto per venire fuori. Quando hai fame lo sai, quando devi scrivere lo sai, qualcosa dentro te lo dice.

Lei alterna racconti e romanzi. E a volte alcune delle storie dei suoi racconti ritornano ampliate nei romanzi. Cosa la spinge verso una forma piuttosto che l’altra?
Sono due cose completamente diverse. Il racconto è come un “flirt” con dei personaggi o delle storie, mentre il romanzo è un rapporto serio. A volte, dopo aver finito un racconto, la storia mi resta nella mente, cresce, si sviluppa. E così, magari anche dopo anni, decido di farne un romanzo. Quest’ultima raccolta è tematica, è una specie di “concept album”, per usare un termine musicale, come “Sergeant Pepper” dei Beatles…

Prima di diventare scrittore lei ha tradotto molta narrativa americana, Fritzgerald, Capote… Sono stati questi i suoi modelli?
In parte sì, io non ho avuto un’educazione letteraria tradizionale, non ho studiato lettaratura all’università per cui non ho avuto dei veri maestri. Tradurre è stato il mio solo apprendistato. Ho dovuto inventarmi completamente come scrittore giapponese della mia generazione. Non ho seguito i solchi della nostra tradizione letteraria.

Lei ha affermato che spesso i libri partono da spunti autobiografici, eppure tutti i suoi personaggi sembrano essere dei perdenti, degli outsider che non riescono a trovare un posto nella società, mentre lei ha la fama di essere un uomo incredibilmente sereno e soddisfatto… Perché è tanto attratto da chi vive quasi sulla soglia dell’autodistruzione e della follia? Cos’ha in comune con loro?
C’è una parte oscura in ognuno di noi. Ho amici che si sono persi, che sono totalmente allo sbando, alcuni di loro sono anche morti… E io conservo dentro di me il senso di questa perdita, la consapevolezza di cosa significa non riuscire a sopravvivere a questa società.

Lei è molto disciplinato. La disciplina aiuta a radicarsi, a restare coi piedi per terra, a non perdersi?
Certo. Credo che la disciplina aiuti la creatività. Scrivo 5 ore al giorno, ogni giorno. Tranne quando partecipo alle maratone. Correre mi aiuta a restare in forma. Se vuoi scrivere della parte oscura degli esseri umani devi essere sano e forte.

Come ha reagito al successo dei suoi libri, soprattutto di Norwegian Wood, che ha battuto record di vendite in tutto il mondo?
Malissimo. Odio la fama. Quando l’ho scritto vivevo in Europa. L’ho spedito al mio editore a Tokio ed è stato subito un successo. Ero sorpreso e impaurito per cui sono rimasto in Europa. Ho aspettato che le acque si calmassero prima di tornare in Giappone. Sono contento che alla gente picciano i miei libri ma non m’interessa che riconoscano la mia faccia o che mi fermino per strada. E’ imbarazzante.

I suoi primi libri erano surreali, metaforici, invece ultimamente sembra aver adottato uno stile più realista, soprattutto con Norwegian Wood e un interesse per le vicende di cronaca. In Giappone alcuni dei suoi fan non sembrano aver apprezzato il suo apparente cambiamento, l’hanno visto come un tradimento…
Norwegian Wood è stato una sfida. Volevo provare a me stesso che sapevo scrivere romanzi realistici. Per alcuni è stato una specie di passo indietro ma io non credo. E’ vero che ho scritto molte storie che appaiono surreali, fantastiche. Ma il punto è che mentre le creo per me sono vere, naturali. Mentre le scrivo mi calo nella parte più oscura di me stesso. E in quell’oscurità vedo cose che in quel momento mi appaiono normali, incontro personaggi assurdi che diventano miei amici, miei compagni. Non ho l’impressione di trattare metafore, simboli o vicende surreali. Certo, è sempre pericoloso vagare nel buio, per questo devo stare attento a non perdere mai il contatto con la realtà.

Nei suoi libri ci sono elementi ed oggetti ricorrenti dal significato metaforico. Uno di questi è il pozzo. Cosa rappresenta davvero per lei? E’ l’uomo che si guarda dentro alla ricerca della sua parte più oscura?
No. Non so perché la critica occidentale sia tanto ossessionata dalle metafore e dalla lettura simbolica dei miei libri. Per me un pozzo è un pozzo e basta. Se scrivo pozzo quello che voglio è che ognuno si immagini il suo pozzo, quello che il pozzo rappresenta per lui. Ciò che è importante è spingere il lettore ad usare la fantasia, a ripescare delle immagini personali e a dare loro un valore che sarà diverso per ciascuna persona. Per me ad esempio il pozzo è un’immagine bella, mi fa pensare all’acqua, alla vita. Ma non è così per tutti. Per qualcuno può essere un’immagine negativa. E’ questo il bello della letteratura.

Come vengono accettati i suoi libri negli altri paesi asiatici? C’è stato un cambiamento in Asia nel modo di percepire la cultura giapponese?
Nell’ultimo decennio la situazione in Oriente è cambiata. Ho molti lettori in Cina e Corea ed è bello poterci confrontare. E’ importante sentire che abbiamo superato le divisioni del dopoguerra. Abbiamo una storia comune che è la nostra memoria collettiva. Ciò che caratterizza la cultura dei paesi orientali è una nozione diversa di ciò che è l’essere umano. Da noi la dimensione collettiva è più importante di quella individuale. Appartieni a un sistema. Il singolo conta solo come parte del tutto. Se non ti adegui sei un outsider, sei condannato ad essere solo. Quando ero giovane, in Giappone, non riuscivo ad accettare il sistema sociale e mi sentivo perso. Non appartenevo alla realtà in cui vivevo. Per questo quando ho iniziato a scrivere, i miei protagonisti erano personaggi strani, alienati, solitari, alle prese con un mondo assurdo. Poi mi sono trasferito in Europa e mi sono reso conto che qui gli uomini sono innanzitutto individui, che la dimensione personale è più importante di quella collettiva e che il bisogno che avevo sempre sentito di seguire il mio istinto, di esprimere le mie idee era una cosa naturale e perfettamente accettabile. Questo mi ha dato molta fiducia. Dopo il mio successo letterario ho dovuto capire come fare a tornare in Asia e a vivere in quella realtà rispettando però il mio bisogno di sentirmi un individuo indipendente e di scrivere storie riguardanti degli individui non omologati. Non è stato facile. Ma, come ho detto, le cose stanno cambiando.

Pensa che il romanzo, il libro, continuerà ad avere un posto nella nostra società o verrà sostituito da altri media?
Credo che non sia compito della letteratura competere con gli altri media, il romanzo ha una sua forza e specificità che ne costituiscono la sua attrattiva e che non verranno mai a mancare. Se racconti una storia interessante, la gente la vuole leggere e comprerà il libro.

Qual è il suo prossimo progetto?
Ho finito un romanzo che è già uscito in Giappone e il cui titolo tradotto è Kafka sulla spiaggia.

 

 

Fonte: http://www.harukimurakami.it/text/intervista01.htm

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