“Da piccolo detestavo con tutte le mie forze l’espressione “figlio unico” che rinnovava ogni volta il mio senso di inadeguatezza. Mi veniva rivolta sempre con con un dito puntato contro, quasi a voler significare: “Sei un essere incompleto!”. Essere figli unici voleva dire essere viziati dai genitori, deboli e molto capricciosi: nell’ ambiente in cui vivevo era questa l’opinione indiscutibile e condivisa da tutti. Era considerata una legge di natura, alla stessa stregua dell’enunciato: “la pressione atmosferica diminuisce in alta montagna” o “le mucche producono latte in abbondanza”. Per questo motivo odiavo sentirmi chiedere quanti fratelli o sorelle avessi. Bastava sentissero che non ne avevo, per pensare immediatamente: “Questo bambino, è senza dubbio viziato dai genitori, debole e molto capriccioso”. Questa immancabile reazione mi indisponeva e mi offendeva. Ma ciò che fin da piccolo mi indisponeva e mi offendeva di più, era che le loro parole corrispondevano alla verità: ero realmente un ragazzino viziato, debole e molto capriccioso.”

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