Amsterdam - Ottobre 2009

Ho visto la casa di Anna Frank.

Ghent - Ottobre 2009

 

Londra - Agosto 2009

Londra - Agosto 2009

Londra - Agosto 2009

Ad Agosto sono partita alla volta dell’Inghilterra ( chi l’avrebbe mai detto, io che non amo molto questo paese e in generale tutti quelli anglosassoni.) Un mese dal 1 Agosto al 29 Agosto. Destinazione: Hastings ( si, dove si è svolta la famosa battaglia tra gli inglesi e i francesi.. ) , durante la “vacanza-studio” mi sono concessa anche alcune gite fuori porta e alcuni giorni li ho proprio dedicati a Londra. Qui sopra ho postato alcune foto ( le uniche) che mi sono particolarmente piaciute.

Le prime sono state fatte sotto al famoso London Eye ( per il quale non sono proprio impazzita, credetemi c’è di molto meglio da vedere, non rintanatevi nei classici posti per turisti dopo per alcuni minuti rischiate anche di pensare di trovarmi in piena Roma ( i turisti italiani non mancano.) e dove rischiate anche di essere derubati.)

L’ultima NON ha bisogno di commento ( eh si, mi dispiace ma mentre fotografavo non pensavo ai Beatles.. e mai ci penserò. )

Kishin Shinoyama (1940) Senza titolo [Seated female nudes on a rock

André Kertész (Budapest, 2 luglio 1894New York, 28 settembre 1985) è stato un fotografo ungherese. Ha però svolto la maggior parte della propria carriera artistica negli Stati Uniti d’America.

New York 1937 gelatin silver print (printed later) 23.1x19.6cm Gift of Sandra Ball and Marcia Reid, 1987 ©Estate of André Kertész , 2000

Kertesz

Tra i maggiori fotografi del XX secolo, il suo lavoro ricevette notevoli riconoscimenti e fu di inspirazione per importanti artisti e fotografi suoi contemporanei. Dimostrò come qualsiasi aspetto del mondo, dal più banale al più importante, meriti di essere fotografato. Di carattere introverso, guidato principalmente dall’intuito, la sua opera è difficilmente classificabile. Nonostante la strada sia stata il soggetto principale e più stimolante delle sue fotografie, non era interessato alla cronaca o agli importanti eventi mondani, quanto alla possibilità di mostrare attraverso i grafismi delle moderne metropoli la felicità silenziosa di un istante.

"Distorsion"

André Kertész (1894-1985) Satiric Dancer 1926 Stampa alla gelatina sali d'argento 346 x 273 mm © Estate of André Kertész

« Tutto quello che abbiamo fatto, Kertész l’ha fatto prima. »

(Henri Cartier-Bresson)

(Fonte: Wikipedia)

Ho postato alcune interviste rilasciate da Murakami negli anni passati questa però che sto per copiare spiega in qualche modo il collegamento tra il suo nuovo romanzo e il libro di Orwell 1984.

[...]

The book was published in Japan last month to huge anticipation – Murakami had refused to reveal the plot after leaked details about his 2002 novel Kafka on the Shore were said to have spoiled its impact. Speculation had suggested that the title revealed an Orwellian influence – the letter Q is a homonym for the number nine in Japanese, pronounced “kyuu”; other rumours claimed it was a tribute to the Chinese writer Lu Xun’s novella The True Story of Ah Q.

Murakami has now admitted that he had “long wanted to write a near-past novel similar to George Orwell’s futuristic novel 1984″ and that this was one of the inspirations for the book. Another was the series of interviews with Aum victims which he conducted following the 1995 gas attacks, and published as Underground.

“My indignation against the incident remains undiminished. But my interest was piqued by Yasuo Hayashi, who is on death row. He fled after killing eight people, the biggest number, in the Tokyo subway attack. Hayashi joined Aum without knowing exactly what he was getting into and committed murder after being brainwashed,” Murakami told Japanese paper the Yomiuri Shimbun. “I think capital punishment is the reasonable decision when we consider Japan’s penalty system and bereaved families’ anger and sorrow. But I fundamentally oppose capital punishment, and I felt a heavy sense of gloom when the death sentence was given. At that time I imagined the terror of being left alone on the other side of the moon where a Joe Blow unwittingly commits a felonious crime and ends up becoming a death row convict. I considered for years the meaning of this. This served as a starting point for my story.”

The two-part 1Q84 follows the story of a school teacher who has dreams of becoming a novelist, Tengo, and a single woman, Aomame, who works for a gym. Their lives are told in the third person in alternating chapters, as they search for each other aged 30 after parting at the age of 10. Running to 1,000-odd pages, the book also deals with cults – Tengo becomes fascinated by a girl who has escaped from a cult – rape and domestic violence. It proved an instant bestseller in Japan when it was published at the end of May, but there is no word yet about when an English translation will be forthcoming.

Murakami said it took him two years to write the novel, after he started it during a stay in Hawaii in autumn 2006. At that point, he had only two thoughts in his mind: that the book would be about a man and woman searching for each other, and that he’d make “this simple story as long and complicated as possible”. “In my case, if I start out by thinking about the plot, things don’t go well. Small points, such as my impression of what is likely to occur, do come to mind, but I let the rest of the story take its own course. I don’t want to spend as long as two years writing a story whose plot I already know,” he said.

He’d also wanted to “delve deeper into how women feel or think” in this latest novel, and admitted that violence and sex had “become more important issues” for him over his 30-year writing career. “These two elements can be described as important doors for entering deep inside the human soul,” he said. “Peeling away human skin, chopping off a cat’s head … This latest novel doesn’t have such cruel descriptions in it, but there are a considerable number of sex-related scenes. This may be a real turn-off for some people, but it’s necessary in this story.”

Although 1Q84 has already sold almost 1.5m copies in Japan, Murakami said that “what counts isn’t the number of copies a book sells but how the novelist’s messages can reach the readers”.

 

L’articolo si può trovare su questo sito:  http://www.guardian.co.uk/books/2009/jun/26/murakami-orwell-aum-novel

Haruki Murakami è uno scrittore che non prevede vie di mezzo: o lo si ama o lo si ignora. Detestarlo è difficile, perché chi lo legge, prima o poi cade vittima del fascino languido e rapinosamente misterioso delle sue visioni. Da Sotto il segno della pecora (Longanesi, 1992) che lo fece conoscere in Italia, a Tutti i figli di Dio danzano, il volumetto di racconti uscito in questi giorni per Einaudi (ma pubblicato in Giappone nel 2000), tutte le storie dell’autore nato a Kyoto nel 1949, cresciuto a Kobe e che prima di diventare scrittore ha gestito per sette anni un piccolo jazz bar a Tokyo, introducono a un mondo assolutamente originale, in cui l’immaginazione danza, danza e danza ancora, dalla superficie degli oggetti quotidiani fino alle profondità dell’inconscio.
Tutto in Murakami si trasforma in simbolo, acquisisce un’anima e una storia, in un ibrido di scintoismo, potere mediatico e sesto senso (non per nulla David Lynch è uno dei suoi registi preferiti): il suo fermacarte con una testa di serpente dipinta diventa la «pietra d’ingresso» descritta nel suo ultimo romanzo uscito negli Stati Uniti, Kafka on the shore (che arriverà da noi l’anno prossimo), il gatto in porcellana che tiene sulla scrivania è finito in copertina del suddetto romanzo e anche i portatili su cui scrive, secondo un’usanza diffusa in Giappone, hanno un nome. «Ryota» il laptop dei romanzi, «Yataro» quello per le risposte alle e-mail dei fan.
Murakami-san, sta scrivendo un libro, in questo momento?
«Sto scrivendo un libro sulla corsa. Sono un podista devoto e negli ultimi 24 anni ho partecipato ogni anno a una serie di maratone. Così ho deciso di scriverci sopra e il libro si va trasformando in una riflessione su me stesso, come scrittore e come corridore. L’anno prossimo scriverò un nuovo romanzo, invece. In Giappone è appena uscita una raccolta di miei racconti, dal titolo Five strange tales from Tokyo e una raccolta di miei saggi sulla musica uscirà a novembre».
Quali sono le influenze della letteratura giapponese, classica e contemporanea, sulle sue storie e sulla simbologia?
«Nessuna influenza diretta, credo. Ma non so nulla delle influenze indirette».
Quanto c’è di autobiografico nelle sue storie?
«Tutte le mie storie sono fatte di pura finzione. Se avessi scritto qualcosa di autobiografico, sarebbe risultato così noioso che non l’avrebbe letto nessuno. Ma direi che sì, alcuni dettagli minori che si trovano nei miei libri sono piccoli episodi presi dalla mia vita. Solo alcuni mattoni, però, non tutto il palazzo».
Le visioni e i simboli dei suoi romanzi da dove vengono? Sogni, film, musica, religione?
«Quando scrivo, la storia affiora alla mia mente spontaneamente, direttamente dall’inconscio. Tutto quel che devo fare è aspettare che le storie incrocino la mia strada. E per aspettare, bisogna essere ostinati e avere fiducia».
Dopo l’attentato avvenuto nella metropolitana di Tokyo nel 1995, ad opera della setta Aum Shinrikyo, lei ha intervistato le vittime e i seguaci del culto e ne ha tratto un saggio, dal titolo Underground. A dieci anni da quell’evento, che cosa pensa del diffondersi della minaccia terroristica legata alla fede?
«Il mondo sta precipitando nel caos. E molta gente, specialmente giovane, è alla ricerca di principi forti e di leader determinati. Tutto ciò costituisce un perfetto terreno di crescita per il fondamentalismo. Sembra che il buon senso e la generosità cedano pian piano il passo alla violenza e all’intolleranza. E questo può rivelarsi pericoloso. Dobbiamo imparare a convivere con le situazioni di caos che il mondo ci presenta. È questo, credo, che cerco di dire nei miei romanzi».                                                                                                                       E la società giapponese contemporanea? I tempi stanno di nuovo cambiando?
«Ce la siamo vista davvero brutta in questi ultimi dieci anni, dopo lo scoppio della “bolla” economica. Tuttavia, io penso che sia stata un’esperienza salutare per la nostra società. Abbiamo compreso che essere ricchi non significa essere felici. Siamo maturati. Il compito più importante che dobbiamo affrontare ora è la ricerca di una nuova identità. E in questo senso sono felice che lettori di altri Paesi siano interessati ai miei libri».
Lei è anche un eccellente traduttore di narrativa americana, Fitzgerald e Carver su tutti. Questi autori hanno influito sulla sua narrativa?
«Non saprei. Quel che posso dire è che dal lavoro di traduttore ho imparato moltissime cose. E che anche quando non ho nessuna voglia di scrivere, riesco invece a tradurre. Questa continua produttività è positiva, per me. Quando non voglio scrivere, traduco. Quando voglio scrivere, non traduco».
Il suo ultimo romanzo, Kafka on the shore, è monumentale quanto L’uccello che girava le viti del mondo. In entrambi vi sono simboli, sensazioni e visioni: ci può spiegare il loro significato?
«Non lo chieda a me. Io sono solo un umile scrittore. Non sono un critico, né uno studioso. La mia professione è scrivere storie. Analizzarle è il compito di qualcun altro. Giri a loro la domanda, la prego».
Qual è la trama di Kafka on the shore?
«È la storia di un ragazzo di 15 anni. Fugge dal padre cui è stato affidato e va alla ricerca di sua madre, di cui si sono perse le tracce da anni. E poi c’è un vecchio, che sa parlare la lingua dei gatti. È una lunga storia. Del tutto imprevedibile».
Tony Takitani, il film diretto da Jun Ichikawa e tratto dal suo romanzo omonimo, è stato presentato l’anno scorso a Locarno e quest’anno è stato invitato al Sundance Film Festival. Scrive anche pensando al cinema?
«Non mi interessa poi così tanto. Non ho ancora visto il film. Io mi limito a scrivere storie. Certe volte qualcuno vuole farne dei film. Certe volte sono d’accordo e certe volte no. Ecco tutto. Tutto quello che voglio scrivere lo metto nei libri. Farne un film non mi riguarda. Anche se certamente se dai miei libri fanno buoni film non può che farmi piacere».
L’amore ha sempre avuto un posto d’onore nei suoi romanzi. Mishima scrisse che basterebbe non amarsi, e i rapporti sarebbero infinitamente più semplici. Lei pensa che l’amore sia la cosa più importante?
«Non conosco romanzi in cui l’amore non abbia importanza. E in ogni caso, Dostoevskij scrisse che il mondo è un inferno quando non si ha nessuno da amare. È una verità assoluta».
In tutti i suoi libri i personaggi sembrano cercare una sorta di epifania. Ma sembra anche che questa non arrivi mai. Anche lei la cerca?
«Io ho sperimentato un’epifania, quando ho iniziato a scrivere, a 29 anni (secondo un aneddoto molto noto, nel 1978 Murakami era in gradinata al Jingu Stadium a un incontro di baseball tra gli Yakult Swallows e gli Hiroshima Carp: nell’attimo esatto in cui l’americano Dave Hilton ribatté, Murakami realizzò che poteva scrivere un romanzo. Tornò a casa e lo iniziò quella notte stessa, ndr). Sicché, ci credo. A ciascuno di noi può accadere qualcosa di determinante, in qualsiasi momento. Ma non tutti sanno vederla, o afferrarla. Credo che tutti i personaggi dei miei libri siano costantemente allerta per la presa. E so che alcuni di loro non ce l’hanno fatta, purtroppo».
In tutti i suoi libri, la musica, classica o jazz, ha un’importanza particolare. Anche nella sua vita?
«Semplicemente non potrei vivere senza musica».
Nel racconto Tutti i figli di Dio danzano, il protagonista Yoshiya ha una rivelazione sulla malattia, il dolore e Dio. Il dolore che sopportiamo ha un senso?                                                                                                                                                   «È necessario passare attraverso il dolore per dare un senso alla nostra vita. Questa è la regola base. I maratoneti lo sanno. No pain, no gain. Non c’è vittoria senza dolore. E se cerchi una vera rivelazione, devi passare attraverso l’agonia».
Qual è, oggi, la sua maggiore fonte di ispirazione?
«Il tofu».

 

Fonte: http://www.ilgiornale.it/cultura/murakami_il_mondo_danza_precipizio/24-09-2005/articolo-id=30894-page=2-comments=1

Il 28 Aprile, a Londra, la Soas (School of Oriental and African Studies) ha organizzato un incontro con Haruki Murakami, aperto sia alla stampa che al normale pubblico, in occasione dell’uscita di una sua nuova raccolta di racconti, chiamata After the Quake (Dopo il Terremoto).

Murakami è uno degli autori giapponesi più amati degli ultimi anni e i suoi libri hanno riscosso successo e approvazione sia in Giappone che nel resto del mondo, soprattutto a causa del suo stile particolare, che mescola storie surreali con descrizioni della realtà giapponese contemporanea, ironia e drammaticità. La prima impressione che si ha incontrandolo è di un ometto timido e dall’ inglese un po’ difficoltoso, ma con la battuta pronta, divertito ma anche imbarazzato dalla sua evidente popolarità. Durante il dibattito è parso decisamente restio ad ogni tentativo di “etichettare” il suo lavoro e ad ogni lettura troppo intellettualistica dei suoi libri, e in più di un’occasione è riuscito a mettere in difficoltà critici e lettori con le sue risposte. Ma ecco il resoconto della serata:

In After the quake ritornano alcuni dei suoi temi principali, il terremoto, la scomparsa, la catastrofe improvvisa. Però non vengono mai affrontati direttamente, sembrano fare solo da sfondo, come mai?
La mia famiglia è stata vittima del terremoto di Kobe. E’ stato terribile. Ma non mi interessava descrivere la tragedia. Quello cui miravo era parlare del dopo. Dei suoi esiti. Delle conseguenze sulle vite della gente che ne è stata protagonista. E’ sempre meglio prendere le distanze dagli eventi piuttosto che raccontarli come un cronista. La loro drammaticità viene comunque a galla e la nostra visione è più obiettiva.

Nonostante il tema, nei racconti c’è molto humour. E’ stato difficile includerlo?
No, è stato necessario. C’è sempre bisogno d’ironia per descrivere un disastro.

Raccontare un tragedia è un modo per esorcizzarla, per cercare di superarne lo shock?
Certo. Quando ho intervistato le vittime dell’attacco alla metropolitana di Tokyo qualche anno fa mi sono reso conto che le gente stava meglio dopo avermi raccontato la loro esperienza. Si liberavano di un peso. All’inizio non era facile farli parlare. E’ tipico della mentalità giapponese non volere esprimere le proprie emozioni, siamo un popolo chiuso. Ma dopo un po’ si lasciavano andare. Credo che la nostra società debba imparare ad aprirsi di più.

Cosa l’affascina di più nell’arte del narrare?
Mi piace sapere che i lettori hanno delle reazioni “fisiche” alle mie storie. Ad esempio c’è chi dice che si sente eccitato sessualmente, una ragazza mi ha scritto dicendo che per finire un mio libro non ha mangiato per 8 ore di fila e alla fine aveva una fame pazzesca…. C’è chi è irritato… Mi piace l’idea di queste reazioni dirette, sono molto “oneste”, non sono filtrate dall’intelletto.

Come ha iniziato a scrivere?
Oh, non so bene… Da ragazzo mi piacevano sia la letteratura che la musica ma mi sono concentrato sulla seconda. Avevo un locale dove si faceva jazz. Poi un giorno ho sentito che avevo qualcosa da dire, che era una necessità. E mi sono messo a scrivere. Le storie stanno dentro di noi, aspettano il momento giusto per venire fuori. Quando hai fame lo sai, quando devi scrivere lo sai, qualcosa dentro te lo dice.

Lei alterna racconti e romanzi. E a volte alcune delle storie dei suoi racconti ritornano ampliate nei romanzi. Cosa la spinge verso una forma piuttosto che l’altra?
Sono due cose completamente diverse. Il racconto è come un “flirt” con dei personaggi o delle storie, mentre il romanzo è un rapporto serio. A volte, dopo aver finito un racconto, la storia mi resta nella mente, cresce, si sviluppa. E così, magari anche dopo anni, decido di farne un romanzo. Quest’ultima raccolta è tematica, è una specie di “concept album”, per usare un termine musicale, come “Sergeant Pepper” dei Beatles…

Prima di diventare scrittore lei ha tradotto molta narrativa americana, Fritzgerald, Capote… Sono stati questi i suoi modelli?
In parte sì, io non ho avuto un’educazione letteraria tradizionale, non ho studiato lettaratura all’università per cui non ho avuto dei veri maestri. Tradurre è stato il mio solo apprendistato. Ho dovuto inventarmi completamente come scrittore giapponese della mia generazione. Non ho seguito i solchi della nostra tradizione letteraria.

Lei ha affermato che spesso i libri partono da spunti autobiografici, eppure tutti i suoi personaggi sembrano essere dei perdenti, degli outsider che non riescono a trovare un posto nella società, mentre lei ha la fama di essere un uomo incredibilmente sereno e soddisfatto… Perché è tanto attratto da chi vive quasi sulla soglia dell’autodistruzione e della follia? Cos’ha in comune con loro?
C’è una parte oscura in ognuno di noi. Ho amici che si sono persi, che sono totalmente allo sbando, alcuni di loro sono anche morti… E io conservo dentro di me il senso di questa perdita, la consapevolezza di cosa significa non riuscire a sopravvivere a questa società.

Lei è molto disciplinato. La disciplina aiuta a radicarsi, a restare coi piedi per terra, a non perdersi?
Certo. Credo che la disciplina aiuti la creatività. Scrivo 5 ore al giorno, ogni giorno. Tranne quando partecipo alle maratone. Correre mi aiuta a restare in forma. Se vuoi scrivere della parte oscura degli esseri umani devi essere sano e forte.

Come ha reagito al successo dei suoi libri, soprattutto di Norwegian Wood, che ha battuto record di vendite in tutto il mondo?
Malissimo. Odio la fama. Quando l’ho scritto vivevo in Europa. L’ho spedito al mio editore a Tokio ed è stato subito un successo. Ero sorpreso e impaurito per cui sono rimasto in Europa. Ho aspettato che le acque si calmassero prima di tornare in Giappone. Sono contento che alla gente picciano i miei libri ma non m’interessa che riconoscano la mia faccia o che mi fermino per strada. E’ imbarazzante.

I suoi primi libri erano surreali, metaforici, invece ultimamente sembra aver adottato uno stile più realista, soprattutto con Norwegian Wood e un interesse per le vicende di cronaca. In Giappone alcuni dei suoi fan non sembrano aver apprezzato il suo apparente cambiamento, l’hanno visto come un tradimento…
Norwegian Wood è stato una sfida. Volevo provare a me stesso che sapevo scrivere romanzi realistici. Per alcuni è stato una specie di passo indietro ma io non credo. E’ vero che ho scritto molte storie che appaiono surreali, fantastiche. Ma il punto è che mentre le creo per me sono vere, naturali. Mentre le scrivo mi calo nella parte più oscura di me stesso. E in quell’oscurità vedo cose che in quel momento mi appaiono normali, incontro personaggi assurdi che diventano miei amici, miei compagni. Non ho l’impressione di trattare metafore, simboli o vicende surreali. Certo, è sempre pericoloso vagare nel buio, per questo devo stare attento a non perdere mai il contatto con la realtà.

Nei suoi libri ci sono elementi ed oggetti ricorrenti dal significato metaforico. Uno di questi è il pozzo. Cosa rappresenta davvero per lei? E’ l’uomo che si guarda dentro alla ricerca della sua parte più oscura?
No. Non so perché la critica occidentale sia tanto ossessionata dalle metafore e dalla lettura simbolica dei miei libri. Per me un pozzo è un pozzo e basta. Se scrivo pozzo quello che voglio è che ognuno si immagini il suo pozzo, quello che il pozzo rappresenta per lui. Ciò che è importante è spingere il lettore ad usare la fantasia, a ripescare delle immagini personali e a dare loro un valore che sarà diverso per ciascuna persona. Per me ad esempio il pozzo è un’immagine bella, mi fa pensare all’acqua, alla vita. Ma non è così per tutti. Per qualcuno può essere un’immagine negativa. E’ questo il bello della letteratura.

Come vengono accettati i suoi libri negli altri paesi asiatici? C’è stato un cambiamento in Asia nel modo di percepire la cultura giapponese?
Nell’ultimo decennio la situazione in Oriente è cambiata. Ho molti lettori in Cina e Corea ed è bello poterci confrontare. E’ importante sentire che abbiamo superato le divisioni del dopoguerra. Abbiamo una storia comune che è la nostra memoria collettiva. Ciò che caratterizza la cultura dei paesi orientali è una nozione diversa di ciò che è l’essere umano. Da noi la dimensione collettiva è più importante di quella individuale. Appartieni a un sistema. Il singolo conta solo come parte del tutto. Se non ti adegui sei un outsider, sei condannato ad essere solo. Quando ero giovane, in Giappone, non riuscivo ad accettare il sistema sociale e mi sentivo perso. Non appartenevo alla realtà in cui vivevo. Per questo quando ho iniziato a scrivere, i miei protagonisti erano personaggi strani, alienati, solitari, alle prese con un mondo assurdo. Poi mi sono trasferito in Europa e mi sono reso conto che qui gli uomini sono innanzitutto individui, che la dimensione personale è più importante di quella collettiva e che il bisogno che avevo sempre sentito di seguire il mio istinto, di esprimere le mie idee era una cosa naturale e perfettamente accettabile. Questo mi ha dato molta fiducia. Dopo il mio successo letterario ho dovuto capire come fare a tornare in Asia e a vivere in quella realtà rispettando però il mio bisogno di sentirmi un individuo indipendente e di scrivere storie riguardanti degli individui non omologati. Non è stato facile. Ma, come ho detto, le cose stanno cambiando.

Pensa che il romanzo, il libro, continuerà ad avere un posto nella nostra società o verrà sostituito da altri media?
Credo che non sia compito della letteratura competere con gli altri media, il romanzo ha una sua forza e specificità che ne costituiscono la sua attrattiva e che non verranno mai a mancare. Se racconti una storia interessante, la gente la vuole leggere e comprerà il libro.

Qual è il suo prossimo progetto?
Ho finito un romanzo che è già uscito in Giappone e il cui titolo tradotto è Kafka sulla spiaggia.

Fonte: http://www.harukimurakami.it/text/intervista01.htm

“Per me l’amore è un puro concetto dotato di un corpo inadeguato, che passando attraverso cavi sotterranei, linee telefoniche ecc., riesce faticosamente a trovare il contatto. Una cosa terribilmente imperfetta. A volte ci sono errori di trasmissione. A volte non si conosce il numero. A volte ti chiamano, ma hanno sbagliato numero. Non c’è niente da fare.”

“Finora tu hai perso molte cose. Molte cose preziose. Il problema non è sapere di chi è la colpa. Il problema è che tu attaccavi sempre qualcosa di te a tutte le persone che perdevi. Non avresti dovuto. Avresti dovuto tenere qualcosa da parte per te, invece di lasciarla andare via con il resto. Così ti sei consumato a poco a poco. Perchè? Perchè l’hai fatto?”
“non lo so”
“Forse era più forte di te. O forse eri spinto da… una specie di destino, non mi viene la parola…”
“tendenza?” provai a suggerire.

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